A tutte le bambine (ribelli o no).

Ci sono bambine ribelli, altre che invece accettano col sorriso le regole. Stanno entrambe rispettando la loro natura e sono preziose tutte e due perché sono vere. Crescendo impareranno che a volte stare nelle regole è utile e che ogni tanto uscirne aiuta a sconfiggere i mostri. Ci sono bambine con i pantaloni che amano spiderman. Altre invece che adorano smalti glitter e bacchette magiche. Potranno diventare amiche perché entrambe hanno negli occhi il sole di chi fa ciò che ama. Ci sono bambine che sognano di volare altissimo, altre che preferiscono il misterioso profondo del mare. Tutte e due vogliono andare sempre un po’ più in là, vedere cosa c’è oltre il limite e forse, un giorno, si lanceranno segnali da un capo all’altro dell’universo. Ci sono bambine che dicono scusa e altre che dicono forti grazie. Diversamente capaci di amare loro stesse e gli altri. Ci sono bambine che adorano le fragole altre che hanno sempre le fregole. Sorridono se non si sentono sbagliate. Alle bambine che non vivono di stereotipi e nemmeno di contro stereotipi, che non indossano abiti stretti e rendono ogni giorno unica la propria vita. Bambine amate a cui nessuno chiede loro di essere diverse. A loro io dico fate vostro e migliore questo mondo. A mia figlia che è una ribelle con l’abito da principessa io dico grazie per avermi ricordato che se abbassi la testa, la corona cade. E tu sei nata per fare la regina.

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DI TERRA ARIDA E TIC TIC DEL CUORE.

Cara pesciolina. Lo sai quando ti chiamo così sto parlando lassù, al nostro sé superiore che tutto sa e tutto comprende e spero, perdona. Non so quando sia successo esattamente. Ad un certo punto sono evaporata come una pozzanghera al sole. Mi sono fatta terra, tanta e in mancanza di pioggia mi sono indurita un po’. Ho iniziato a camminare impartendo ordini come un soldato. Tutti di qua! Tutti così! Tutti come dovete essere! Avevo nascosto le mie emozioni in fondo in fondo, come un pozzo difficile da raggiungere. Lentamente ho smesso di ascoltare i suoni che arrivavano da laggiù.

Il tic tic del cuore, le parole d’amore.

E così facendo ho smesso di ascoltare anche te. E non capivo tutto il tuo battere i piedi. Il tuo dire “mamma ascoltami!” travestito da “non la voglio più questa mamma!”.

C’è una magia sai pesciolina? Di quelle che piacciono tanto a noi. Dice così. Mi dispiace, ti prego perdonami, grazie, ti amo.

Mi dispiace di aver smesso per un attimo di essere la terra su cui mettere le radici. Di aver cercato in te margherite quando rose meravigliose cercavano acqua per sbocciare.

Ti prego perdonami per averti ferita. Per aver pensato che tu dovessi essere invece di darti forza per essere.

Grazie per avermi ricordato chi sono e per avermi riportato, pur soffrendo un po’, nel mio cuore.

Ti amo così come sei, infinitamente. Per me sei e sarai sempre perfetta così come sei.

Che la magia ci renda di nuovo leggere. Che ti faccia sentire tutto il mio amore. Che insieme possiamo di nuovo correre a conquistare il mondo e a fregarcene di più di chi ci chiede di essere senza vedere chi siamo. 

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LA STANZA DELLE ABITUDINI FELICI.

Nella nostra mente, in mezzo alle scadenze, alle paranoie, ai brutti ricordi, all’ansia, ai sensi di colpa e a tutte quelle orrende cose lì, c’è una stanza che racchiude i piccoli momenti di non trascurabile felicità. In questi ultimi anni, nonostante tutto, nonostante i dispetti della vita, la mia camera dei ricordi felici si è riempita di scatoloni. Pensavo in questi giorni al piacere che sono in grado di provocarmi certe abitudini. Nelle mie giornate faticose e variabili ho creato inconsapevolmente delle costanti che mi danno pace. Ho deciso di mettere anche questo nella stanza dei sorrisi. E per fissarmi bene in testa questi istanti non banali ho deciso di elencarli tutti. Di essere consapevole delle mie piccole fortune quotidiane e di smetterla di lamentarmi sempre. Si tratta di azioni che si ripetono come rituali. Ogni giorno, sempre uguali, rassicuranti nel loro essere sempre così. Piccoli porti in cui attraccare e, riposare.

MOMENTO N°1. Quando do a Pietro il biberon pieno di latte. Perché il sole non è ancora sorto e siamo soli io e lui. Perché nella camera c’è solo un filo di luce. Lo prendo in braccio e mi siedo sulla poltrona e lui si abbandona su di me. Tutti i giorni gli bacio la testolina e poi la annuso cercando di fare mio per sempre quel profumo.

MOMENTO N°2. Quando Vittoria si sveglia ed è tutta arruffata e tutta calda calda come una boule e morbida morbida come un antistress. Cammina barcollando e viene ad abbracciarmi e io affondo in lei, nei suoi capelli e nelle sue braccia e la tengo lì. Finché non arriva Pietro a reclamare la sua dose.

MOMENTO N° 3. La colazione al bar con Vittoria. Quando lei finalmente si rilassa dopo le lotte per vestirsi e per uscire. Ogni giorno va a sedersi allo stesso tavolo. E il barista mi porta il solito americano. E io prendo il solito paninetto per lei. E la guardo furbetta fare un mare di briciole e correre alla porta per vedere se arriva il pulmino.

MOMENTO N°4. La telefonata a mia sorella dopo aver lasciato Vittoria. Salgo in macchina e mentre vado in ufficio la chiamo. E le nostre telefonate sono sempre deliranti sfoghi, pianti, risate, racconti folcloristici delle nostre serate e dei nostri risvegli. E queste chiacchiere per me sono famiglia, vita e sorellanza e ogni volta metto giù e non mi sento più sola, mi sento capita e amata e mi sento grata.

MOMENTO N° 5. Quando accendo il computer e inizio a scrivere. In quell’istante il piacere e la pace si impossessano di me. Dal cuore poi passano alla testa e agli arti e nel tempo in cui riesco a concentrarmi io, scrivendo mi riposo.

MOMENTO N°6. Il caffè, sul divano con il biscotto dopo pranzo. Torno sempre a casa per pranzo. Perché mentre pranzo, sempre con una leggera ansia a farmi compagnia, imposto la cena. In un’ora mangio, cucino, riordino. E quando finisce questa maratona mi concedo una tazza di caffè con un biscotto. E in quel biscotto, io, ritrovo tutta la voglia di vivere.

MOMENTO N° 7. Quando rivedo i miei figli dopo l’asilo. Piccole, impercettibili esplosioni di gioia nel vederli corrermi incontro e abbracciarmi gridando “Mammaaaa”. E lo so che poi mi aspetteranno almeno due ore di capricci, litigate, urla, stress. Lo so che fra un attimo nulla sarà più sotto il mio controllo. Ma non mi importa io per quei momenti in cui li riabbraccio sono disposta a tutto. Quegli abbracci danno un senso a tutto.

MOMENTO N°8. La giornata sta per finire, il peggio è passato. I bambini finalmente dormono e si apre la porta di casa e torna Lorenzo. Ed eccola, un’altra esplosione impercettibile di gioia. Io ti guardo dal divano entrare con la tua faccia furba. Mentre non dici niente ma dici tutto. E corri in cucina a mangiare perché muori di fame e io ti raggiungo, mi siedo sull’isola, mi abbraccio le ginocchia e ci raccontiamo la nostra giornata. E penso che l’amore è questa cosa qui. Essere sempre così felice di rivederti e di raccontarti.

Sono questi i miei momenti felici. Gli appuntamenti immancabili che scandiscono le mie giornate. E sì, fra un momento felice e l’altro può succedere di tutto, ma finché ci sono queste parentesi, nessun giorno potrà mai essere davvero una merda.

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Ribelli sì. Ma vestite di chiffon.

Sono stata una bambina e una ragazza molto “intellettuale”. Testa nei libri e pochi vezzi. Ho esplorato e vissuto poco, fino ad un certo punto della mia vita, la mia femminilità. Incombeva sulla mia testa un veto per tutto ciò che potesse essere colorato, sgargiante, frou frou, appariscente. Concessi il bon ton, la sobrietà, l’eleganza fatta di poco. Vietate le esplosioni di colore e di femminilità. Sono cresciuta sognando deserti e gonne ampie scosse dal vento e ho aspettato di diventare grande per indossarle senza paura. Più sicura di me stessa e della donna che voglio essere. Oggi si parla tanto, troppo, di un modello femminile che assomiglia più a un uomo che a una donna. Vestiamo le bambine da scienziate, da matematiche, da elfi del bosco dimenticandoci di quanto noi abbiamo sognato ali di fata per volare. Una donna deve sognare in grande. Vero. Ma deve anche sentirsi libera di indossare quella gonna di chiffon (o di non farlo). Quest’anno mia figlia ha voluto vestirsi da Gufetta dei Super Pigiamini. Poi, passato il carnevale, mi ha detto “Mamma però l’hanno prossimo posso vestirmi da principessa?”. Ma certo bimba mia. Vestiti pure da principessa. Fallo senza paura di essere giudicata. Fallo con leggerezza e con convinzione. Perché io non ti auguro di assomigliare a un uomo. Ti auguro di sentirti principessa in ogni cosa che vorrai fare. Una principessa medico con un tacco 12. Una principessa matematica con una gonna cangiante. Una principessa manager con la corona. E ti auguro di non abbassare mai la testa. Perché è quando abbassiamo la testa che la corona cade. Non quando ci vestiamo di rosa. 

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Leggende metropolitane.

A volte i vecchi si riuniscono per vedere l’alba dal Monte dei Cappuccini. Con i gomiti rinsecchiti, appoggiati sul muretto di mattoni, cercano il loro orizzonte. Come se di fronte a loro ci fosse il mare. Ma il mare non c’è e nemmeno l’oceano, c’è solo il Po con le sue correnti torbide e i murazzi che appena possono si nascondono un po’. E osservando il fiume i vecchi si illudono che niente sia cambiato. Per questo anche i loro discorsi sono sempre uguali. Il Grande Torino che disgrazia. Il caffè a 1 euro e 10 ma siamo matti. E fra tutti i discorsi ce n’è uno in particolare che i nostri vecchi amano tantissimo: l’incredibile leggenda dei Pesci Siluro. Si narra infatti che in fondo al Po vivano enormi pesci, grandi come squali e brutti, anzi bruttissimi e che alcuni pescatori abbiano perso braccia, gambe, dignità nel tentativo di pescarli. Non esistono prove a dimostrarne l’esistenza ma se provate a chiedere ai vecchietti sicuramente avranno un aneddoto da raccontarvi. C’è la storia di Pino ad esempio, pugliese trapiantato a Torino da generazioni. Dice di aver visto un pesce siluro che, emerso all’improvviso dalle acque una tiepida giornata di primavera, si sbranò un’intera famiglia di papere. La storia più incredibile però è quella di  Luigi, famoso panettiere della Crocetta. Aveva 25 anni e si era innamorato. Si era innamorato perdutamente di Giuseppina. Giuseppina era bellissima. Una cascata di riccioli rossi, occhi verdi come le colline che circondano la città e un delizioso nasino alla francese. Giuseppina era anche molto minuta. No anzi era piccola piccola. A dire il vero Giuseppina era minuscola. Un giorno i due innamorati decisero di andare a fare una passeggiata sul profumato sentiero che costeggia il fiume. Era agosto e faceva molto caldo e ad un certo punto Giusy, come amava chiamarla Luigi, si sentì male e insieme decisero di fermarsi un attimo per riposarsi. Era una giornata meravigliosa e i due fidanzatini trovarono riparo dalla calura sotto un grande albero. Giuseppina decise di rinfrescarsi il viso, si avvicinò alla riva del fiume, si chinò e immerse le sue graziose manine nell’acqua. Luigi la osservava incantato. Era così piccola e delicata che sembrava un fiore appena nato.

“È il momento giusto”.

Il panettiere innamorato si mise una mano in tasca per controllare che l’anello fosse ancora lì. Lo strinse tra le dita come per accertarsi che fosse tutto vero e chiuse gli occhi per un istante mentre cercava le parole giuste e il coraggio per darglielo. Accadde tutto in un attimo. Luigi riaprì gli occhi e Giuseppina non c’era più. Solo l’acqua increspata e i segni dei suoi minuscoli piedi sull’erba. C’è chi dice che sia stato un pesce siluro. Il più grande che si sia mai visto. C’è chi dice invece che Luigi fosse un grande amante della grappa e che Giusy in realtà non sia mai esistita. Una cosa però è certa. Se andate a vedere l’alba dal Monte dei Cappuccini lo troverete lì, con le mani ancora sporche di farina, in attesa di vedere la sua minuscola amata riemergere come per incanto dal fiume.

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Ti amo e non ti gestico.

Gennaio. Maestro di vita. Un vecchio saggio. Vecchio perché mi è parso infinito. I libri sono rimasti sul comodino. C’è stata la febbre, ci sono stati i mal di pancia. Tantissimi mal di pancia. E poi c’è stata la grande lezione. Mia figlia, tre anni e mezzo ha avuto un momento di difficoltà. Niente di grave. Un crollo delle difese che sta causando una catena infinita di influenze. Risultato: per la prima volta da quando è nata la vedo senza forze, inappetente, demotivata. Sono andata letteralmente in tilt. Le cose non vanno come vorrei e l’ansia mi ha frullato il cervello. Non Mangia! Dorme sempre! Non va alla materna!  Dopo averci sbattuto la testa per giorni ho finalmente capito. Amare non significa gestire. Io questo mese ho perso l’equilibrio perché non ho potuto risolvere i problemi di mia figlia. Non li ho potuti gestire. E SCIAF. Che schiaffo in faccia! Che doccia fredda questo gennaio. Sono lucida come non lo ero da anni. Non posso proteggerla dalle difficoltà perché fanno parte della vita. E lo sapevo già ma un conto è dire e un conto è fare. E il 2018, l’abbiamo capito, è l’anno del fare. Per cui mi rimbocco le maniche. Respiro forte e formulo le mie promesse.

Ti lascerò scegliere il momento giusto.

Ti aiuterò se me lo chiedi altrimenti pensaci tu.

Ti aiuterò ad apparecchiare ma non ti apparecchierò più.

Aspetterò che tu mi chieda quello che ti piace.

Ti accoglierò, serena, se vorrai fare un passo indietro.

Non ti anticiperò più, ti lascerò il tempo di esprimerti.

Non ti dirò più sempre bravissima per farti capire che non ho aspettative.

Non ti sovrasterò più per il timore che la pioggia ti bagni.

 Ti starò accanto nella tempesta.

Penserò di più a me stessa.

Ti amerò sempre, ma non ti gestirò più.

 

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Le letture e le recensioni torneranno coloratissime, a carnevale.

 

Buon Natale in ritardo di 25 giorni.

Con un ritardo spaventoso pubblico le recensioni delle mie letture di Natale. Meglio tardi che mai? Non lo so. Diciamo che serviranno per il prossimo dicembre. L’anno è iniziato all’insegna dell’influenza. Tantissimi nuovi progetti che richiedono molte energie e le energie che a tradimento se ne vanno. Raggiungo il limite, la corda si spezza e mi prendo il tempo per ricucirla. I bambini sentono il mio calo, non se ne capacitano e la conseguenza è che mi si attaccano al collo come due palline di Natale che si rifiutano di andare in cantina. Per stemperare le tensioni in questi giorni l’unica medicina sono ancora una volta i libri. Nel culmine dei capricci, delle discussioni, dei mamma mamma, dei voglio voglio e dei mio mio, come un arbitro fermo il gioco e li metto in pausa. Tutti sul divano! A quel punto dopo aver asciugato un moccio e una lacrima li stringo a me. Uno da una parte e uno dall’altra. Prendo un libro e mi metto a leggere. Ed ecco che gli animi si placano, il tempo rallenta insieme al loro respiro. Sarà la mia voce mentre leggo, sarà il fatto di stare vicini, stretti insieme, saranno le storie che li distraggono dalle piccole difficoltà ma ritorna il sorriso, la calma, la serenità.

Un libro può, questo ed altro. Un augurio per il nuovo anno: ritrovare il tempo per leggere per noi stessi. Per ritrovare quel luogo perduto in cui risiede la nostra essenza.

RECENSIONI DI NATALE. 

Ultimo incontro dell’anno. La conclusione di un piccolo percorso che mi ha regalato tante soddisfazioni. I bimbi urlavano “ancora ancora!” appena finivo di raccontare una storia. Il mio regalo di Natale più bello. Ed eravamo tutti rilassati e allegri. Mi sono lasciata trasportare dalla loro leggerezza e dalla voglia di lasciarsi sorprendere. Mi accorgo di essere cresciuta nel corso dei 4 incontri. Me lo dicono i bimbi che mi stanno intorno e mi salgono sulle gambe per ascoltare meglio. Me lo dico io che mi diverto sempre di più. I libri sono potentissimi. Ci tengono vicini. Ci aiutano a interpretare meglio la realtà e a capire che esistono tante possibilità. Che il mondo è largo, lungo, multiforme. Che non siamo tutti uguali e che siamo tutti giusti.

Papà decoriamo l’albero di Natale? Di Mireille d’Allancé.

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Una storia sulle tradizioni. Sul piacere di preparare il Natale. Sulla voglia di crescere, di diventare autonomi e sui limiti contro i quali impariamo a scontrarci. Una storia che racconta il rapporto tra papà e figlio. Un piccolo orso che vuole fare, un papà che non lo lascia fare, concentrato sul risultato più che sul percorso. Un punto di incontro che li avvicina facendoli diventare una cosa sola. E insieme il Natale è più bello, più luminoso, come la stella che splende sulla cima di un albero.

Bastoncino di julia Donaldson e Axel Sheffler.

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Un bastoncino viene portato via dal suo albero. Non un semplice bastoncino. L’egregio Signor Bastoncino. Marito e padre di famiglia che a causa di una catena di imprevedibili avventure si allontana inesorabilmente da casa. Una favola in rime che atterra su Babbo Natale. Una storia sulla magia del Natale capace di riavvicinare i cuori e annullare le distanze. Mentre leggevo i bambini mi guardavano con gli occhi grandi. Ipnotizzati dalle incredibili avventure di un protagonista un po’ sfortunato e dal suo grande riscatto finale.

La storia di Lupo che non amava il Natale di Orianne Lallemand e Éléonore Thuillier.

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Cosa si nasconde dietro a un cuore cinico? Spesso una mancata festa. È quello che succede a Lupo che odia con tutto se stesso il Natale perché gli è sempre stato negato. Ma tutto cambia, il giorno in cui i suoi amici lo coinvolgono nella grande magia dei preparativi. Riuscirà Babbo Natale a conquistare il cuore di Lupo? Ai bambini la scoperta.

Gli incontri di lettura ricominceranno a febbraio. Sempre da Mipiacebio ma non solo. Da gennaio abbiamo un nuovo spazio, si chiama yogaroom108.it. Una stanza, un’associazione per permettere ad adulti e bambini di trovare un angolo di vita migliore.

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